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Deadly pride

dicembre 19, 2011

Forse dovrei iniziare a farmi solamente gli affari miei, fregandomene altamente degli altri, come ormai tutti fanno a questo mondo. Più uno tenta di essere carino e gentile col prossimo e più probabilità ci sono che venga bellamente infinocchiato dalle persone con cui ha deciso di aprirsi. Mai più una domanda, mai più un interessamento. Forse è davvero questo che dovrei fare per non ricevere ulteriori delusioni dagli altri.

Come un bambino che vede  sul davanzale della finestra della sua camera, nel piccolo vaso messo lì dalla mamma, crescere i primi germogli di una piantina, o forse solo l’abbozzo di qualche sparuto ciuffo d’erba. E vede che fuori fa caldo, è estate e la luce batte forte su quel vasetto. Va lì allora, le bagna sempre, si assicura in ogni momento che la terra dove affondano le loro radici sia umida e, quando può, nelle ore più calde di quella torrida estate, ripara i germogli con le sue mani, proiettando un po’ d’ombra sulle gemme roventi.
E così anche d’autunno. Che dire dell’inverno poi? I germogli sono cresciuti, le piantine son venute su, piccole, l’erbetta è spuntata. E lì, da quelle parti, d’inverno fa freddo. Il bambino s’accorge che dalla finestra entra un piccolo spiffero che colpisce in pieno il suo vasetto. L’acqua può congelarsi ed uccidere le sue piantine. E allora che fa? Prende un piccolo pezzo di stoffa o un piccolo cuscino e lo appoggia contro la finestra, per tappare quel maligno spiffero che poteva tanto nuocere alle sue piantine.
E arrivò così la primavera. Il vasetto stava diventando bellissimo e il bambino era felice nel vedere un simile miracolo nella sua stanza, davanti ai suoi occhi ogni mattina. Ma le piantine non gli parlavano mai, mai lo ringraziarono delle sue attenzioni, delle sue cure particolari, che certo non tutti avrebbero per loro avuto. Non come quel bambino, che però ci rimaneva male a non sentirsi mai dire una bella parola dalle sue piantine. Ed esse si inorgoglirono sempre più crescendo in bellezza.
E infine arrivò di nuovo l’estate. Le piantine superbe avevano sete, si stavano ustionando, ma il bambino ora decise di farsi gli affari propri.

«Bruciate! Arrangiatevi! — disse il bambino, ferito nel profondo dalla superbia delle sue piantine — I miei sforzi non son valsi a nulla se non alla vostra perfetta sopravvivenza. Da voi neanche una parola bella ho sentito. E allora ora badate voi a voi stesse. Io sapevo cos’era meglio per voi e vi ho sempre riparato da ogni intemperie e malanno e voi nulla, non una parola, non un minimo segno di gratitudine. Ora vedete voi dove potete andare senza di me. Vedete voi quanto vi disseterà il vostro orgoglio!»

Ma le piantine non versarono una lacrima né un grido di supplica. Loro si girarono dall’altra parte, decidendo di dissetarsi con l’orgoglio e di proteggersi dal sole con la loro superbia, per giorni.
E fu così che il bambino, qualche alba più tardi, posò nuovamente lo sguardo sul suo vasetto e non vide altro che erba gialla e foglie secche cadute sulla terra completamente arida. E il bambino, lui sì, versò lacrime sincere, constatando quanto l’orgoglio delle sue amiche piantine le avesse accecate, quanto avesse perduto per colpa di quello stupido, immotivato orgoglio di una misera piantina di un bambino sconosciuto.

…O forse no…

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