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The Raven – Edgar Allan Poe – Traduzione personale

ottobre 18, 2010

Salve ragazze, ragazzi, donne, uomini, giovani, adulti, madri, padri, figlie, figli, nipoti e nonni vari! Meglio la classica formula, vero? Lo confesso, non mi sono proprio ammazzato nel pensare una nuova apertura e quest’obrobrio è quel che mi è venuto d’istinto.

Ok bene, in questo post vi propongo la mia traduzione della poesia “Il Corvo” di Edgar Allan Poe, scritta nel 1845. Il testo inglese originale è affascinante, vi consiglio vivamente di prendere in considerazione una sua lettura. Di certo è anche più inquietante in lingua originale. Ogni traduzione perderebbe molto di quel che Poe sa trasmettere, quindi mi scuso anticipatamente per il poco pathos che troverete qui. L’ho fatta da solo, mi ci è voluto un po’: l’inglese odierno è cambiato molto da allora.

Se avete domande o commenti da fare su come è stata stesa questa traduzione o se volete che chiarisca o approfondisca certi particolare fatemelo sapere che sono sempre pronto a modificare il post per migliorarlo. Enjoy!

Il Corvo – Edgar Allan Poe – 1845

Una volta in una cupa mezzanotte mentre meditavo¹ debole e stanco su un bizzarro e curioso tomo di saggezza dimenticata, mentre ciondolavo il capo, quasi dormendo, ecco che d’improvviso udii un leggero colpo, come di qualcuno che dolcemente bussava, che bussava alla porta della mia camera. “Un visitatore – borbottai – che bussa alla mia porta”. Solo questo e nulla più.

Ah, chiaramente io rimembro che del pallido dicembre era il tempo, e che ogni brace morente creava sul pavimento il suo fantasma. Ardentemente il mattino desideravo; vanamente avevo tentato dai miei libri di trar conforto al dolore – dolore per la perduta Lenore¹ – per la rara e raggiante fanciulla dagli angeli chiamata Lenore – che per sempre qui un nome non avrà più.

Ed il triste, incerto e serico fruscio d’ogni tendaggio purpureo mi faceva trasalire – mi impregnava d’assurdi terrori mai provati prima; cosicché allora, per quietare il battito del mio cuore, continuai a ripetermi “È un qualche visitatore che supplica d’entrare alla porta della mia camera, un qualche tardivo visitatore che supplica d’entrare alla porta della mia camera. Solo questo, e nulla più”.

In attimi il mio animo si rafforzò; e senza più esitare “Signore – dissi – o Signora, il vostro perdono veramente invoco; ma il fatto è che dormivo, e sì lievemente bussavate, e sì debolmente bussavate, bussavate alla mia porta, che non ero sicuro d’avervi udito”. E a questo punto spalancai la porta. Solo oscurità, e nulla più.

In quella tenebra attentamente scrutando, a lungo lì stetti a pormi quesiti, a temere, a dubitare, a far sogni che mai alcun mortale osò fare prima; ma il silenzio non si ruppe e l’oscurità non diede alcun segno di vita, e l’unica parola lì pronunciata era un sospiro “Lenore!”. Questo sussurrai, ed un’eco lo mormorò di rimando, “Lenore!”. Questo appena, e nulla più.

Volgendomi indietro alla stanza, con l’animo che in me bruciava, presto ancora udii un bussare un po’ più forte di prima. “Di sicuro – diss’io – di sicuro è qualcosa alla grata della mia finestra; devo vedere allora di cosa si tratta e svelare il mistero. Sia il mio cuore saldo per un momento e possa svelare questo mistero. È il vento, e nulla più!”

Spalancai quindi le imposte, quando, con gran civetteria e battito d’ali, lì entrò un maestoso corvo dei santi giorni d’un tempo. Non il minimo ossequio egli fece; non un minuto si fermò o stette. Ma, con far da Lord o da Lady, s’appollaiò sopra la porta della mia stanza. S’appollaiò su un busto di Atena proprio sopra la porta della mia stanza. S’appollaiò e sedette, e nulla più.

Quindi quest’uccello d’ebano d’incanto mutò il mio triste pensiero in sorriso con la seria e severa solennità del suo aspetto. “Sebbene la tua cresta sia tagliata e rasa – io dissi – di certo non sei un vigliacco. Torvo, sinistro e vecchio corvo che vaghi lontano dalle rive notturne, dimmi quale è il tuo signoril nome sulla spiaggia plutonica della Notte!”. Disse il corvo “Mai più”.

Molto mi stupii di udir parlar sì schiettamente questo volatile privo di grazia, nonostante di scarso significato fosse la sua risposta, nonostante poca fosse la  sua pertinenza. Dal momento che non possiam ch’essere d’accordo che mai essere umano fu così beato dalla vista d’un uccello sulla porta della propria stanza. Uccello o bestia sul busto scolpito sulla porta della propria stanza, con un nome quale “Mai più”.

Ma il corvo, seduto solitario su quel placido busto, pronunciò quella parola, e quella soltanto, come se egli in quella sola parola la sua anima avesse esalato. Null’altro egli aggiunse, né una penna agitò, finché io poco più che borbottai “Altri amici già se ne sono andati. Al mattino mi abbandonerà, come le mie speranze, che già mi hanno lasciato”. Quindi l’uccello disse “Mai più”.

Trasalii per la rottura del silenzio con una risposta sì propriamente data, “Indubbiamente – affermai – le parole  che dice son tutto ciò che ha e che possiede, prese da un qualche infelice padrone che una rovina impietosa ha seguito velocemente e poi sempre più velocemente, finché le sue canzoni solo un ritornello avevano. Finché i lamenti funebri della sua speranza avevano quel melanconico ritornello, di un “Mai, mai più”.

Ma il corvo d’incanto ancora mutato aveva tutto il mio triste animo in sorriso, subito posi una sedia di cuscini davanti a uccello, busto e porta. Poi, sprofondando nel velluto, mi ritrovai a legare fantasia a fantasia, riflettendo su ciò che questo infausto uccello d’altri tempi volesse dire gracchiando “Mai più”.

Così sedetti preso a pensare, ma senza volger parola al volatile i cui occhi ardenti bruciavano nel mio profondo. Questo ed altro sedevo pensando, con il mio capo reclinato sulla vellutata fodera del cuscino guardata a vista dalla lampada, ma la cui viola fodera vellutata guardata a vista dalla lampada, ah!, lei non schiaccerà mai più!

Allora mi parve che l’aria si facesse più densa, impregnata d’un invisibile incensiere agitato da Serafini i cui gentil passi tintinnavano sul soffice pavimento. “Sciagurato – urlai – il tuo Dio ti ha inviato, attraverso questi angeli ti ha mandato. Tregua. Tregua e oblio dalle memorie di Lenore! Tracanna, oh tracanna questo gentile oblio e dimentica questa Lenore perduta!”. Disse il corvo “Mai più”.

“Profeta!” – dissi – “essere maligno! Uccello o demone, ma sempre profeta! Se il tentatore ti ha inviato o se la tempesta qui a terra t’ha trascinato, desolato ma ancor intrepido, su questa landa incantata, su questa casa dall’orrore infestata. Ti imploro, parlami con verità, c’è del balsamo a Galaad²? Dimmi, parlami, ti imploro!”. Disse il corvo “Mai più”.

“Profeta!” – dissi – “essere maligno! Uccello o demone, ma sempre profeta! Per quel Cielo che su di noi si sparge, per quel Dio che entrambi adoriamo, di’ a quest’anima pregna di dolore se nel distante Eden mai potrà abbracciare una santa fanciulla dagli angeli chiamata Lenore, se mai potrà abbracciare una rara e raggiante fanciulla dagli angeli chiamata Lenore?”. Disse il corvo “Mai più”.

“Che quella parola sia il segno della nostra dipartita, uccello o demonio– urlai alzandomi – Ritorna nella tempesta e nella spiaggia plutonica della Notte! Non lasciare dietro di te alcuna piuma come segno della menzogna che la tua anima ha detto! Lascia intatta la mia solitudine, abbandona il busto sopra la mia porta! Togli il tuo becco dal mio cuore, e porta la tua sagoma fuori dalla mia porta!”. Disse il corvo “Mai più”.

Ed il corvo, senza mai spiccare il volo, è ancora lì, seduto, seduto sul pallido busto di Atena, proprio sopra la porta della mia stanza; ed i suoi occhi hanno tutta la parvenza di un demone sognante, e la lampada che ondeggia sopra di lui proietta un’ombra sul pavimento. E la mia anima da quell’ombra che giace fluttuante sul pavimento non sarà innalzata. Mai più!

 

¹ Il protagonista è Guy De Vere. Lo si capisce leggendo la poesia “Lenore”,  sempre di Edgar Allan Poe, antecedente a questa.

² Lenore era la fidanzata del protagonista. Poco si sa su di lei, se non che era giovane e ricca. Non viene neppure detto come sia morta. Poe ha comunque dedicato una poesia a questa fanciulla perduta (Lenore, 1831, poi rivista e ripubblicata nel 1843 e nel 1845).

³ “Mi sono rattristato. Mi ha preso completo stupore. Non c’è nessun balsamo in Galaad? O non c’è nessun sanatore?” [Geremia, 8:21-22] Il balsamo di Galaad rappresenta simbolicamente un olio in grado di lenire o sanare delle ferite spirituali o delle avversità.

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4 commenti

  1. Wow, io amo Edgar Allan Poe! Ho letto molti dei suoi racconti brevi di paura ed è veramente un ottimo autore…

    “E se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te.”


    • Chris, quello è Nietzsche! XD
      Però ti voglio bene lo stesso.


  2. Absolutamente fantástico adoro a Edgar Allan Poe. Sin embargo, la versión italiana estuvo buena también.


    • Muchísimas gracias Roger! 😀



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